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Nome: Rospo
Quando non sei abbastanza bravo a scrivere canzoni, quando non hai abbastanza fantasia per trovare musica alle parole, quando non ami le poesie come forma di espressione e nemmeno hai testa per scrivere un romanzo, allora apri un blog.
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Allegri Ragazzi Morti
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Passato: Il rospo
Passato: Skywalking
Perturba
Stefano Benni
Superabile
si sono affacciati in
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Soffitta
"e piange sempre la sera
che è quasi una preghiera
piange con gli occhi e si bagna"
(Tre Allegri Ragazzi Morti - La salamandra)
Quando ero piccolo, capitava molte volte che salivo le scale del vecchio condominio come un salmone per arrivare ad uno dei posti più incredibili che mi fosse capitato di visitare: la soffitta di mia nonna.
Adoravo quel posto, straripava di oggetti meravigliosamente misteriosi. C'erano gli attrezzi da chirurgo del nonno, il cannocchiale con cui mio padre sognava, i disegni di scuola degli zii e tante monete provenienti da anni che avevo letto solo sui libri di storia. C'era anche un sacco di polvere, che rendeva ogni mio passo lì dentro un'impronta lunare e donava un'aria archeologica anche a modernissime biro blu.
Adoravo riempirmi di polvere e andare alla ricerca di oggetti antichi, proprio come Schliemann era andato alla ricerca di Troia. Non avevo studiato i classici e non avevo nemmeno l'intuito dello studioso, ma avevo l'entusiasmo dell'esploratore che presto mi avrebbe portato - sentivo - a qualcosa di prezioso.
Una volta, dopo un intero pomeriggio di ricerca tra i libri di francese di mia zia, mi sentivo più che deluso; non avevo trovato molto. A dirla tutta non avevo trovato nulla.
Nel rimettere a posto i libri, però, mi cadde un foglio tra le gambe, come se si fosse svegliato in quel momento da un lungo letargo e avesse cercato disperatamente di raggiungermi. Ci riuscì.
Lo lessi. "Ho sentito la pioggia iniziare a cadere, ho sentito le gocce scendere pesanti e solitarie. Ho pensato che questa pioggia di luglio è come la nostra storia, che come la pioggia se ne va. E' un maledetto luglio di frontiera, che io passo a guardare a sud, che il sole ha deciso di non risparmiare, che è come un filo sottile tra le mie voglie e i miei segreti. Ho imparato ad immaginare il sorriso che corre per i fili invisibili dei nostri pensieri, ho imparato ad osservare le unghie che tormenti nervoso, durante i lunghi giorni di questa estate. Vedo la mia pace respirare ogni tanto. Anche".
La bocca mi si riempì di polvere. Avevo iniziato a leggere a voce alta, inspirando forte sulle pause e attirando tutta quella sporcizia verso la mia bocca. Tossii. Mi sentii strano, quasi in colpa per aver trascinato fuori dal tempo una storia che nessuno forse avrebbe dovuto conoscere, un segreto che era stato sepolto e lì sarebbe dovuto rimanere.
Rimasi sbalordito per quanto è misteriosa la vita e quanta tenera disperazione c'è nelle storie che attraversano i giorni che viviamo. Inconfessabili timori, piccole speranze e tremendi momenti di attesa si mescolano alla quotidianità cercando improbabili intrecci e un pizzico di attenzione in più.
Pensai che i desideri resistono al fuoco come le salamandre e che i sogni, a volte, sopravvivono ai roghi che appicchiamo per dimenticarli.
Rimisi la lettera a posto e mi alzai. Era diventato tardi e dovevo tornare a casa.
Booom
Nonostante tutto era una giornata splendida.
Il binario tre, complice consapevole di un doloroso reato, si era allontanato silenzioso come ogni volta, lasciando senza fiato i due ragazzini. Fiato indispensabile per dare fuoco alle loro giovani lacrime.
Il sole bruciava ognuno di quei secondi che parevano anni e rughe, e il cielo non dava scampo per quanto era azzurro.
Ad accompagnare quei secoli senza respiro rimaneva solo il mare, perchè il mare era lei, perchè il mare - quel mare! - erano i suoi sorrisi e i suoi baci.
Le sue dita appena fuori dal finestrino tagliavano il dolce vento che accompagnava quel piccolo quadro, mentre il mare faceva capriole tristi e bellissime. E tutta quella sconfinata tristezza non era altro che un urlo, un invito violento a non mollare la presa, a tenere strette le mani in un'instancabile e tenace preghiera.
"Finchè ci sarà questo mare ci saremo anche noi" gli aveva scritto su un foglietto che il dolce vento s'era portato via e che era esploso di fronte al mare. Dove tutto era cominciato, dove tutto tenacemente continuava.
Soffia
Fischiava il suo cuore, fischiava come un treno in cima alle colline d'Irlanda. Fischiava come una teiera durante l'acuto di un soprano, fischiava perchè pensava a lui, mentre le sue pinne fremevano a tempo perchè oggi era il Giorno e il suo corpo era una teiera, un treno, l'acuto di un soprano in cima ad una collina frustata dal vento rullante di maggio.
Batteva il piede al ritmo della sua agitazione, mentre osservava i vestiti sul letto, come se aspettasse che loro scegliessero lei. Così accadde: un tubino rosso al sapore di peperoncino le saltò in braccio riempiendola di baci sulla bocca, tra il dispetto generale dei vestiti coi riflessi lenti.
Rullavano le dita di quella ragazza dal profilo di pesce rosso, mentre cercava di abbinare i codini a quel tubino, mentre gli odori di combinavano curiosamente tra loro e il rossetto piroettava dadaista.
La ragazza rossa come un pesce e bella come un diavolo ora era pronta. Si sedette sul tavolo di una cucina colorata, guardò l'orologio e cominciò a soffiare come se dovesse suonare un tin whistle in cima ad una collina.
E soffiò sulle lancette, con gli occhi vispi e le labbra morbidamente dischiuse.
Ognuno ha il suo modo di sbocciare, mentre guarda il tempo volare.
La collina dei ciliegi
e respirando brezze che dilagano su terre senza limiti e confini
ci allontaniamo e poi ci ritroviamo più vicini
e più in alto e più in là
ora figli dell'immensità
(Lucio Battisti - La collina dei ciliegi)
C'erano quelle belle sere calde in cui andavo a guardare le stelle dalla terrazza, quelle che mi avvolgevano con il loro silenzio e la loro solitudine. Quando mi giravo per andare a dormire guardavo sempre verso la tua finestra, quella che aveva la luce sempre accesa e traboccava di fiori rossi, due cose che amavi fin sul bordo della mania.
Ti auguravo una silenziosa buona notte, quella che avrei voluto darti di persona e per cui mi è sempre mancato il coraggio. Io, perennemente intimorito dai tuoi cinquanta centimetri di fiera opposizione alle avversità della vita.
Da alcuni giorni ascolto questa canzone e penso al vuoto che hai lasciato, alle tue rose e a me che vorrei venire ancora da te a prendere ordini e sorrisi. Mi mancano così tanto.
Vorrei imparare a suonare la chitarra ora per suonartela sotto la finestra, per augurarti buona notte.
Non farò il maleducato anche questa volta. Passerò a salutarti, te lo prometto.
A Pia
Disorder
Who is right, who can tell,
and who gives a damn right now
(Joy Division - Disorder)
Non sono mai più tornato lì dentro dopo quella sera. Ho pensato che fosse stato toccato l'apice di tutte le cose, e non potevo rovinarmi il ricordo con un qualsiasi concertino del cazzo.
Ricordo tutto alla perfezione, credici, dalla puzza dei bagni alla sensazione della pista ruvida sotto le mie scarpe da tennis.
Le Bains Douches, il vecchio bagno turco di Parigi in cui si incrociavano destini di gran ricconi e poveri demoni, ora era una tetra sala da ballo che a fatica stava uscendo dagli anni settanta. Anni duri per i dark.
Pareva che le sue ossa scricchiolassero ogni volta che qualcuno ne varcava la soglia.
Quella sera c'era un fumo che non si vedeva e dal bagno usciva un fetore insostenibile. Eppure sentivo che sarebbe stata una serata speciale.
Mi ero fatto un paio di birre, mentre vi guardavo sistemare gli strumenti sul palco. Sembravate in un altro mondo, eravate dell'altro mondo.
Non so se ricordarti quando ti ho visto chino, riverso nei tuoi pensieri come l'epilessia dentro di te, o con quella faccia da bambino che nascondeva tutte le cattiverie del mondo. Ma quando ti ho visto salire sul palco con quella camicia, nera come il tuo spirito nero, e quella pettinatura da bravo ragazzo ho capito quanto distante fosse il nostro mondo dal tuo.
Sembravi in trance, pronto a farti celebrare dai tuoi ragazzi, i tuoi sacerdoti con la chitarra, e da noi, stipati lì sotto il palco.
L'hai fatto apposta a colpirci a freddo, cominciando a suonare in maniera cattiva, nervosa, senza darci nemmeno un segnale. Quella canzone è sempre stata meglio di una corsa giù per la collina, con le sue scale ripide e vertiginose.
Volevo urlare come sulle montagne russe ad ogni discesa in picchiata di quel cazzo di capolavoro.
E tu che ci versavi dentro tutta la tua paura, mentre quel microfono ci sputava addosso onde scure. Era il delirio, nostro e tuo.
I tuoi occhi erano lì lì per schizzarci addosso e il sudore sulla fronte ti rendeva terrorizzante. Le luci bianche e fioche erano il finale spettrale di quel quadro che ci stavi dipingendo sulla pancia. E nonostante ci volessi cascare addosso restavi lì, aggrappato al microfono come ad una corda appesa nel vuoto.
Perchè mentre cantavi quella canzone stavi lottando con tutto quell'universo che ti pesava sulle spalle e tu, ragazzino dalla fortuna storta, non riuscivi a sostenere.
Eri disperato mentre ci cantavi davanti, con quegli occhi di ghiaccio cercavi aiuto tra di noi ed è per quello che hai finito il pezzo urlando.
Perchè non avevi trovato aiuto.
Nè in noi nè in tua moglie. Nemmeno in tua figlia o nella band, la tua band.
Non sono più tornato lì dopo quella sera, Ian.
Purple rain
Quella notte l'estate era davvero finita. Fabrizio ed io eravamo dovuti uscire col maglioncino, sembravamo due pensionati.
In sere come quelle ci piaceva scendere al lungomare, violare la proprietà privata del Lido Mexico, percorrere la stradina di assi di legno che divideva per sempre il gruppo di ombrelloni e passeggiare sulla sabbia fredda a piedi scalzi. La sensazione era straordinaria: prima affondava il tallone, e su tutta la parte posteriore della gamba saliva rapido un piacevole brivido, come quando si affondano le dita in un sacco di riso. Poi il resto del piede atterrava nel soffice gelo della spiaggia, che era come se volesse raccontarci tutto il suo disprezzo per la sua stressante occupazione estiva, attraverso quella temperatura malinconica. E noi amavamo stare lì, in mezzo a quella silenziosa solitudine a parlare delle nostre cose.
Ma quella notte l'estate aveva terminato il suo giro, l'aria che tirava era così pungente che, una volta arrivati al Mexico, non ci levammo le scarpe.
Eppure qualcosa ci gelò.
Senza un perchè mi avvicinai alle cabine, sentivo qualcosa che mi tirava verso la fila di cabinette bianche del lido.
Appena lì udii dei singhiozzi. Chiamai Fabrizio con un cenno silenzioso e rapido della mano.
Dentro, chiusa a chiave, c'era una ragazza che non smetteva di ripetere 'sono io che ho sbagliato, sono io che ho sbagliato'.
Fabrizio era a fianco a me. Ci guardammo, chissà perchè, preoccupati.
La cabina aveva un difetto nella porta, una curvatura verso l'esterno che mi permetteva di intravedere la scena all'interno. La ragazza aveva capelli castani dal tagli vagamente mascolino: la luce accesa e il difetto della porta mi permettevano di vedere quello e poco altro. Ad un tratto la vidi tirare fuori dalla tasca qualcosa di scuro.
Guardai Fabrizio spaventata. Una pistola.
'Sono io che ho sbagliato, sono io che ho sbagliato' disse altre volte fra i singhiozzi, mentre muoveva il braccio verso la testa. Terrorizzata, capii.
'Ferma!' urlai precipitandomi verso la maniglia della porta, gridando a Fabrizio di aiutarmi.
Non credo mi sentì.
Quando riuscimmo a forzare la serratura e ad aprire la porta, aveva già sparato.
Mi cadde addosso piangendo, come a volersi far abbracciare. Aprii istintivamente le braccia e la abbracciai, mentre dalla sua testa uscivano fiotti di sangue.
Era bella e giovane, avrebbe potuto essere mia figlia.
Piansi con lei un pianto disperato stringendomela al petto, mentre la sabbia assorbiva le nostre lacrime e il suo sangue.
"E non ho fatto altro che sentirmi sbagliata
ed ho cambiato tutto di me
perchè non ero abbastanza"
(Carmen Consoli - Blunotte)
Il paradiso non ha confini
Si era detto che era facile, ma quanta fatica tesoro mio. Facile amare, eppure il peso della contingenza più cruda a volte mi schiaccia, perchè quei sogni di difesa del mondo vengono meno e si infrangono contro l'imbarazzo quotidiano di chi ha paura di fare qualcosa di buono.
Ascolto di vite che paiono non essere altro che totale dedizione alla causa che porto stampata sulla mia maglietta, provando tremore infantile nel momento in cui mi tuffo nello sguardo profondo del Comandante che, sebbene sia finito anche sulle stampe dei peggiori cartolai, conserva la sua intensa portata, la sua composta fermezza nell'osservare la tristezza del mondo.
Quindi sono qui, a chiedermi cosa faccio per difendere chi ho promesso di proteggere, perchè non è alzando un pugno che il mondo migliora, o tantomeno con la promessa di nuova salvezza che prima o poi, col mio piccolo contributo, avrei voluto portare ai piedi della mia terra protetta.
Osservo la luce rossa delle stelle che mi ha sempre scaldato, e intanto annuso l'aria che sa di erba tagliata, mentre arrivano, da lontano, suoni di amorosa e ostinata resistenza.
Perchè resistere a sè stessi è la cosa più difficile, resistere alla propria decadenza è la vera sfida. Con le braccia aperte verso il sole che sorge.
Stelle
per dirla con eleganza si era trattato di un enorme ribaltamento spazio-temporale. per dirla schietta era stato un gran calcio nel culo. all'indietro.
era sulla curva della salita al cimitero, seduto sull'asfalto a guardare le stelle. l'agosto che i giornali davano per mese corrente gli puzzava di fregatura, e la maglietta a maniche corte era poca cosa di fronte all'arietta tagliente di quella notte.
nonostante il momento di gran silenzio - o forse proprio per quello -, sentiva un gran rumore di bicchieri, odore di birra e puzza di fumo. tanta gente attorno, in quella notte a guardare le stelle da solo su quella curva che regalava uno dei più bei panorami della zona.
tutte quelle stelle gli avevano dato alla testa, insomma. vedeva gente e sentiva odori e lo faceva per davvero. c'era quella con le tette di fuori, quella che lo aveva abbandonato addormentandosi sul divano, quella che ancora adesso era innamorata di lui ma non se ne ricordava. poi c'era quell'enorme vortice giallo e chissà quanti altri colori, le notti in mezzo alla campagna, tra vino e alberi, occhiali da sole e notti lunghe lunghe.
un gran casino, una trasfusione di pensieri che faceva difficoltà a governare, ad arginare, ma che sicuramente erano ben fissi in testa, come se ogni secondo fosse stato scritto su di un post-it e appiccicato sulla parete di plastica.
che fatica, pensò affannato.
per fortuna c'erano quelle stelle. erano tante, sì, ma almeno stavano ferme e non si ribellavano. sembravano le facce della stessa medaglia, magma e fissità, solo che invece di stare schiena contro schiena si guardavano dritte negli occhi, altrimenti che facce sarebbero state.
così anche questa era stata una notte a fissare il vuoto, che lui amava chiamare infinito, una di quelle occasioni da non perdere. come quando ti fai una foto prima di ripartire dal mare.
Good bye, ruby tuesday
(Rolling Stones - Ruby Tuesday)
There goes my gun
Irruppe nel palazzo, certo che avrebbe trovato la porta aperta. Salì di corsa le scale, ruggendo.
Aveva sopportato tutto, accetato tutto, aspettato tutto. Ora però era arrivato il momento di dire basta, perchè la sua pazienza era stata rivoltata dalla tagliente e sfacciata ipocrisia di quella ragazza. E dannata, abitava anche all'ultimo piano.
Ruggiva, ruggiva mentre divorava gli scalini a due a due, ruggiva mentre pensava al suo amore febbrile e disperato che faceva ruggire il suo respiro su per quegli scalini ripidi.
Come quella volta che l'aveva aspettata per più di un'ora di fronte alla Feltrinelli di Piazza Castello. Nemmeno un messaggio per chiedere scusa.
Era arrivato al terzo piano e il suo respiro iniziava ad essere appesantito dalla fatica, mentre decine di goccioline di sudore scivolavano rapidamente giù per la sua schiena.
E poi 'ti ho chiamato ma il tuo cellulare era spento', che non era più una scusa. 'Ho cambiato la batteria, ora funziona, stronza'.
Arrivato al quinto piano aveva rallentato il ritmo e cominciato ad ansimare. Per salire i gradini si aiutava col corrimano.
'Non esco solo con te, è vero. Lui continuo a sentirlo, è una storia complicata e lo sai'.
Era arrivato il momento di dire basta.
Ormai aveva una voragine fra i polmoni. A bocca aperta tentava di controllare il movimento scomposto del suo respiro, con le mandibole spalancate.
Ma era quasi arrivato.
In cima al settimo piano si fermò una sola frazione di secondo. Fissò sulla destra. Quella era la porta. Si avvicinò con un balzo.
Si piegò solo un attimo per fare scorta d'ossigeno, perchè anche a 17 anni il fisico può tradire. Poi si rimise a schiena dritta, accumulò tutta la rabbia che gli era possibile nella pianta del piede e tirò un calcio violento. La porticina del cazzo saltò come una granata.
Ripensava solo a quel bacio di giuda della sera prima, mentre riapriva gli occhi dopo il calcio.
Una biondina con gli occhi sgranati gli apparve di fronte.
Urlò. Urlò perchè lui urlò tirando fuori una Beretta, urlò per lo spavento, e urlò mentre quel ragazzo che non aveva mai calcolato le stava aprendo la pancia a furia di colpi di pistola.
La bocca le si riempì di sangue, la testa di ricordi passati. Pochi, per quanto era giovane.
Cadde all'indietro, sul divano bianco. Al rallentatore.
Lui abbassò la testa, mentre la pistola fumava ancora. La fece cadere sul pavimento di legno, col caricatore vuoto.
Si passò una mano sulla fronte grondante di sudore, sistemandosi i capelli che gli si erano appiccicati alla fronte, bagnati, quindi si sedette sul divano, a fianco al cadavere di lei.
Sembrava un angelo, a guardarla.
So if you want someone to love you
Pretty babe I'm your guy
It's not much I'm asking of you
Just please give me a try
(Buffalo Springfield - Sit down I think I love you)
They're dancing with the missing
They're dancing with the dead
They dance with the invisible ones
Their anguish is unsaid
They're dancing with their fathers
They're dancing with their sons
They're dancing with their husbands
They dance alone They dance alone
(Sting - They dance alone)

Nunca más.